Il canto del rossigniuolo.

scritto da Michele 57
Scritto 5 mesi fa • Pubblicato 5 mesi fa • Revisionato 5 mesi fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Michele 57
Autore del testo Michele 57

Testo: Il canto del rossigniuolo.
di Michele 57

Mentre pei taciti cieli diffonde
gran pallio d’ostro il dì pargoletto,
e già il Sol, col suo raio, confonde
dell’alti greggi lo stuol pallidetto,
chete sussurran all’aure le fronde
del flebil canto d’un vago augelletto,
i cui dogliosi e garruli accenti
volser gli zeffir in aurei concenti.

Venia spirando il dì; d’ogni favella
tacea lassata già la selva bruna,
e verberarsi, trepida facella,
dall’aere cupo, si scorgea la luna;
nei rivi immobil, sorridéan le stella,
dai ciel superni e senza nube alcuna,
quando un canto, lagrimoso e tosco,
d’un tratto, risonar s’udì pel bosco.

Ai vaghi suon, che pian si diffondean,
si ridestar le ninfe e i satirelli,
più chiari i firmamenti risplendean,
tacersi l’umori de’ ruscelli,
con l’aure fresche, a quel doler parean;
poi tutti voller gir all’arbuscelli,
donde si dolce suon spargeasi intorno,
pria ch’a quel canto fin ponesse ‘l giorno.

Repente, un’eco scaltra avea sconvolto,
più volte il fonte di quel mesto pianto;
il ricercar, nel ver, fu van per molto:
ove più fitto era ‘l notturno manto,
frai rami d’un annoso rover folto,
si scorse alfin l’esil tenor del canto.
Poi, tutt’in gir, tacendosi le selva,
le preda s’accostò di lato a belva.

Quel melodioso suon, per monti e valli,
or echeggiar s’udìa qual dolce brezza,
or netto, insino ai più celesti stalli,
giungea, l’alme colmando di vaghezza;
l’auriga di Selene i suoi cavalli
frenati avea, con l’aurea cavezza;
dai bei palchi del ciel, rugiadee stille
Flora piangea, lucenti qual faville.

A lungo il rossigniuol, senza più posa,
soave effuse ‘l van carme d’amore;
quando dell’alba a disbocciar la rosa
stava nei ciel, il passional cantore
tacque d’un tratto l’ode sua dogliosa,
col cor trafitto, alfin, d’aspro dolore;
giù dalle fronde, andò sul duro suolo,
per sempre a riposar quel rossigniuolo.

Già li astri erranti, rifuggendo pianser
argentee brine sull’augel estinto,
poi, le ninfette con l’alloro cinser
la nobil fronte del cantor, che vinto
non fu da amor, ma le sue note vinser
quei mesti lacci ond’egli già fu avvinto.
Questo narran, all’aure mattutine,
le verdi fronde, col frusciar del crine.

Il canto del rossigniuolo. testo di Michele 57
3

Suggeriti da Michele 57


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Michele 57